Autocromie, Charles Corbet, 1910

Charles Corbet (1868-1936), sposato con Elisabetta De Bruyn e con due bambini, era un contabile belga. Tutte le sue autocromie sono state realizzate tra il 1909 e il 1914 (le immagini in questo articolo sono del 1910). Corbet dimostra un notevole senso della composizione e da queste immagini è evidente la sua attenzione alla coerenza cromatica dell’immagine, la sintonia del colore degli abiti dei suoi modelli con il contesto. Un salto indietro di 100 anni in un mondo lontano dalle atmosfere impressioniste e romantiche, dei paesaggi dimenticati di una bellezza davvero emozionante che non siamo stati capaci di preservare.

L’autocromia (o Autochrome) è un procedimento di fotografia a colori basato sulla sintesi additiva, brevettato il 17 dicembre 1903 dai fratelli Lumière, o, più precisamente, dalla “Société Anonyme des Plaques et Papières photographiques A. Lumière et ses Fils” (Società anonima di lastre e carte fotografiche A. Lumière e figli).

L’autocromia, introdotta sul mercato nel 1907, rivoluzionò il campo della fotografia a colori e diventò ben presto popolare, anche se il costo e la complicazione del procedimento ne frenarono la diffusione.

Il principio su cui si basava era quello della sintesi additiva spaziale, poiché i colori che apparivano sulla lastra autocroma erano ottenuti grazie a un mosaico di piccolissimi filtri costituiti da granelli di fecola di patate colorati in verde, blu-violetto e arancione. Questi granelli venivano stesi su un supporto di vetro in uno strato sottilissimo, in modo che non si sovrapponessero, ma risultassero giustapposti. Gli interstizi venivano poi riempiti con nerofumo. Sullo strato di granelli di fecola veniva poi stesa un’emulsione fotografica in bianco e nero.

La lastra veniva esposta dal lato del supporto e sviluppata. Poiché l’immagine così ottenuta era un negativo a colori complementari, la lastra veniva poi sottoposta a un procedimento d’inversione, in modo da ottenere un’immagine positiva. L’inversione veniva generalmente ottenuta dapprima eliminando le zone esposte dell’emulsione (quelle che dopo lo sviluppo apparivano nere), poi riesponendo la lastra, stavolta dal lato dell’emulsione, in modo da impressionare l’emulsione rimasta, e infine sviluppando di nuovo. L’immagine ottenuta, osservata da vicino, appariva come un quadro puntilista in cui i colori erano ottenuti per sintesi additiva spaziale dai tre primari verde, blu-violetto e arancione.

Benché quello descritto sia il procedimento di autocromia che fu generalmente adottato, nel brevetto della ditta Lumière è descritto un procedimento leggermente diverso. I granelli di fecola erano colorati in giallo, rosso e blu. Sul supporto di vetro veniva steso una strato di granelli giustapposti (senza riempire con nerofumo gli interstizi) e su questo strato ne veniva poi steso un secondo, sempre di granelli giustapposti. Infine veniva stesa l’emulsione in bianco e nero. Dopo lo sviluppo e l’inversione, i colori erano ottenuti per sintesi additiva di sei primari: giallo, rosso, blu, verde, blu-violetto e arancione (gli ultimi tre apparivano nella zone in cui due granelli di fecola di due colori diversi si sovrapponevano). (da Wikipedia)