Homeless, Lee Jeffries

Lee Jeffries vive a Manchester nel Regno Unito. Vicino al “circo” del calcio professionistico, l’artista inizia a fotografare eventi sportivi. Un incontro casuale con una giovane ragazza senzatetto nelle strade di Londra cambia per sempre il suo approccio artistico. Jeffries ricorda che, inizialmente, aveva rubato una foto di questa ragazza senzatetto rannicchiata in un sacco a pelo.

Lee sapeva che la ragazza lo aveva notato e la sua prima reazione fu di andarsene. Racconta che qualcosa lo indusse a rimanere e andare a parlare con la ragazza. La sua percezione riguardo ai senzatetto cambia completamente. Diventano il soggetto della sua arte. I modelli nelle sue fotografie sono persone senza fissa dimora che ha incontrato in Europa e negli Stati Uniti: «Ho imparato a conoscere ciascuno dei soggetti prima di chiedere loro il permesso di fare loro il ritratto.» Da quel momento in poi, le sue fotografie ritraggono le sue convinzioni e la sua compassione per il mondo.

“Se si perdonerà la mia indulgenza, questo lavoro non è sicuramente fotogiornalismo. Né si può intendere come ritratto. È iconografia religiosa e spirituale. È roba forte.

Jeffries ha dato a questa gente qualcosa di più di dignità personale. Ha dato loro una luce nei loro occhi che raffigura la trascendenza, un barlume di luce alle porte dell’Eden, per così dire. La chiarezza nei loro occhi è impressionante, come se Dio è da qualche parte.

Ha reso queste persone qualcosa di più di poveri vecchi senza fissa dimora pigramente in attesa di un volantino da qualche agente cortese e premuroso aziendale. Li infuso con la luce, non buio.
Anche il ragazzo cieco dona luce dai suoi occhi spenti.
Credo che Jeffries abbia usato la sua arte per onorare queste persone, non per pietà. Egli onora quelle persone dando loro sembianze un significato più grande. Egli dà loro un significato religioso e spirituale, permea la loro anima iconica di umanità”Jack Conran. Telemetro Forum. 2011.

Si può seguire il lavoro di Lee Jeffries attraverso la sua pagina flickr

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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