“Wilder Mann”, Charles Fréger

Nato nel 1975 e laureato alla Scuola d’Arte di Rouen, Charles Fréger ha realizzato il progetto fotografico Wilder Mann che prima di tutto si è rivelato uno studio antropologico delle tradizioni e dei riti religiosi e pagani d’Europa. Tra il 2010 e il 2011 infatti l’artista francese ha viaggiato in diciotto paesi europei alla ricerca dell’Uomo Selvaggio. Ogni anno in Italia, Repubblica Ceca, Slovenia e molti altri paesi, gli uomini si mascherano trasformandosi in “bestie” per celebrare riti e feste religiose o ad ogni modo legate a delle tradizioni pagane.
Il Wilder Mann è una secolare figura leggendaria che continua ad essere un importante simbolo di transizione associata a feste che segnano i modelli ciclici della vita: l’alternarsi delle stagioni, le feste religiose particolari, riti di passaggio, vita e morte.

Fréger ritrae questi uomini selvaggi a figura intera, vestiti con i loro costumi tradizionali realizzati con strati di pelli di animali, piante locali, ossa e corna.

Il Krampus è una creatura bestiale che fa parte del folklore pagano di paesi alpini tra cui l’Austria, l’Ungheria e la Slovenia, che svolge il ruolo del “poliziotto cattivo” così Babbo Natale può concentrarsi su bambini buoni.
Il Krampus è anche la prima bestia che Charles Fréger ha incontrato durante il suo viaggio e che ha ispirato tutto il progetto.

“Mi sono trovato di fronte a qualcosa di molto radicale, senza volto … era più di un personaggio con una maschera e un focus in cui il corpo è più importante del volto stesso.”

“Ho percepito un tocco universale in tutto questo perché molti dei diversi gruppi etnici avevano riti e tradizioni comuni tra loro, senza esserne a conoscenza.”

IL LIBRO
Della serie fotografica “Wilder Mann” è stato pubblicato anche il libro dal titolo Wilder Mann: The image of the Savage.

Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

Altre storie
Dana Tanamachi su Design Playground
Ace Hotel Room 1021,
Gesso su lavagna, Dana Tanamachi (video)