Qingjun Huang, Family stuff

Qingjun Huang è nato nel 1971 a Daqing, nella provincia cinese di Heilongjiang. È membro dell’Associazione dei fotografi cinesi dal 1999. Huang ha scattato le sue prime fotografie da adolescente, avvicinato a quest’arte da uno zio in un’epoca in cui gli hobby quotidiani per i giovani erano la calligrafia e il canto. Ha comprato la sua prima macchina fotografica all’età di 18 anni ed era l’oggetto più prezioso in famiglia.

Family stuff (roba di famiglia) è la serie fotografica iniziata nel 2003 su commissione della rivista Chinese National Geographic. Il progetto consisteva nel fotografare quattro famiglie in tre province cinesi dell’est e in Mongolia. Qingjun Huang è stato talmente entusiasta di questo lavoro che è riuscito a convincere ben 35 famiglie, che non erano mai state fotografate prima di allora, a posare per lui fuori dalle loro case in mezzo a tutti gli oggetti in loro possesso.

“Gli oggetti domestici la dicono lunga sulle reali condizioni di vita dei cinesi.”

Huang ha trascorso quasi un decennio in viaggio per la Cina con lo scopo di studiare e analizzare da vicino il cambiamento sociale attraverso gli oggetti e i beni contenuti nelle case, anche nelle zone non toccate in modo pesante dalla rivoluzione tecnologica. Anche nelle zone più povere infatti gli effetti personali sono notevoli prove della modernizzazione del Paese. Ne sono un esempio la coppia di anziani agricoltori ancora alloggiati in una casa di fango ma dove non manca l’antenna satellitare, il lettore DVD e il telefono.

La maggior parte delle persone pensava che quello che stavo proponendo non era normale. Ma quasi tutti quando realizzavano lo scopo del mio progetto e hanno capito il punto si sono dimostrati disponibili. Uno dei vantaggi di un viaggio in zone remote e povere è sicuramente che i beni da dover tirar fuori dalle loro case erano davvero pochi.

Quest’anno ricorre il 10° anniversario della prima fotografia e Huang ha intenzione di fare ritorno nei luoghi visitati per vedere cosa è cambiato.

“Negli ultimi 10 anni la Cina ha visto un rapido tasso di crescita; voglio tornare indietro e vedere quale è stato l’effetto sulle loro vite.”

Tutta la serie è in mostra alla Biennale des images du monde fino al 17 novembre 2013 presso il Musée du quai Branly.

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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