Cut the conflict, Noma Bar

Alla Rook & Raven Gallery di Londra è stata inaugurata due giorni fa la mostra del grafico israeliano Noma Bar, Cut the conflict, le cui opere saranno esposte fino al 21 dicembre 2013.

Per questa occasione Noma Bar ha rispolverato la sua macchina fustellatrice attraverso la quale ha dato vita ad opere che esplorano il conflitto tra nazioni in guerra.
Qualche mese fa l’artista ha pubblicato un annuncio sulla sua pagina facebook in cui chiedeva alle persone provenienti da paesi impegnati in guerra di inviare oggetti di meno di un centimetro di spessore nella sua casa di Londra. Bar sperava di ricevere lettere, giornali e pagine strappate da libri e riviste. Ma la risposta è stata sconvolgente. Sono arrivati per posta denaro, libri per bambini, copertine di album, tappeti e persino biancheria intima, alcuni dei quali dovevano essere consegnati in tre paesi prima di raggiungere Londra.

Bar è stato travolto dal supporto che ha ricevuto. In Corea del Nord, per esempio, è illegale l’invio di valuta all’estero, così il denaro è stato portato in Libano e poi in Italia per essere poi spedito. Altri pacchetti inviati dal Medio Oriente sono stati spediti al vicino di Bar poiché ad un indirizzo con un nome israeliano probabilmente non sarebbero mai arrivati.

“Era come un traffico di materiali. Sembra un cliché, ma in realtà è stata una collaborazione globale. Le persone che hanno inviato questi oggetti sapevano che sarebbero stati utilizzati insieme a quelli provenienti da un altro paese in guerra, quindi in un certo senso, è stata come una stretta di mano tra di loro”.

“L’idea è nata da una conversazione che ho avuto con un amico proveniente dall’Iran. Stavamo facendo una bella conversazione che non sarebbe mai potuta esistere se fossimo stati nei nostri paesi d’origine. Questo mi ha fatto pensare  che è facile la vita quando non vivi in un luogo coinvolto in un conflitto. Quindi perché non iniziare un progetto per convincere la gente di questi posti collaborare?”

I Paesi presenti visivamente nelle opere di Bar includono gli Stati Uniti e la Siria, l’Etiopia e l’Eritrea, Israele e Palestina, la Grecia e la Turchia. Secondo il suo stile ogni opera utilizza lo spazio positivo e negativo per creare un’immagine audace e giocosa. Ma è anche una dichiarazione provocatoria che mette a confronto la cultura visiva di stati nemici e mostra la collaborazione tra persone che, nei loro paesi, sarebbe impensabile.
L’accostamento delle culture in conflitto mette in luce inoltre come molto spesso ci  sia una sorprendente similitudine nella trazione visiva degli stessi paesi in guerra.

Ciascuna delle immagini presenti nella mostra richiede un secondo sguardo, rivelando un’altra immagine più profonda e complessa. Arretrando e vedendo alcune opere nel loro insieme, un punto di domanda contiene anche la forma di una gallina e di un uovo: un evidente riferimento alle più ampie questioni filosofiche intorno a chi genera le guerre.

“Vorrei che la gente abbia il desiderio di scoprire la storia dietro ogni immagine. Sì, spero che trovino le mie immagini belle e creative, ma mi auguro che il loro interesse sia di scoprire anche qualcos’altro”.

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Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

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