Masks project, Gianluigi di Napoli per AIPI


Dodici testimonials d’eccezione hanno prestato il loro volto per sostenere AIPI, l’Associazione Ipertensione Polmonare Italiana, facendosi interpreti della magia del circo in una serie di scatti d’autore. L’autore in questione è il fotografo Gianluigi di Napoli che abbiamo incontrato (virtualmente) per parlare del suo nobile progetto Masks.

Maria Buccellati

Raccontaci innanzitutto come è nata l’idea di questo progetto.
Avevo da poco realizzato un libro per David Larible che all’epoca era la star più importante del mitico circo americano Ringling Bros. and Barnum & Bailey, conosciuto come The Greatest Show on Earth. Avevo osservato un contrasto interessante tra la fisicità concreta e definita della vita quotidiana di David e il suo essere un personaggio tondeggiante, quasi disneyano sulla pista. Inoltre mi aveva colpito il fatto che David usa trucchi e colori femminili per il suo trucco scenico e questo rendeva il suo volto, nello show e tra le quinte, un continuo rincorrersi di contrasti e inedite combinazioni espressive.

Così mi sono chiesto se non fosse stato possibile ribaltare il concetto che vuole il clown dei nostri tempi solitamente di genere maschile, rassicurante e asessuato. Ho cominciato ad inseguire l’idea di proporre a delle donne eccellenti e diverse tra di loro di interpretare la maschera del clown chiedendo loro di proporre, per contrasto, una loro idea di sensualità e di autenticità. Sapevo che sarebbe stato un contrasto molto forte, ma avevo anche paura che il concetto potesse essere difficile da proporre: per una donna il proprio aspetto è molto importante, specie se ha un’immagine pubblica, ed effettivamente il rischio di creare delle immagini grottesche era molto alto. Inoltre uno degli elementi basilari del progetto prevedeva, per motivi di coerenza, l’assenza di interventi correttivi di post produzione sia sul ritratto truccato che su quello al naturale.

Normalmente già solo proporre ad una attrice di rendere pubblico un ritratto non ritoccato può diventare uno scoglio insuperabile. Invece devo dire che le testimonial che hanno posato sono riuscite a comprendere il progetto in modo straordinario e nei loro commenti hanno apportato dei dettagli che mi hanno aiutato a capire anche più a fondo il progetto.

Carolina Crescentini

L’AIPI è un’associazione volta alla ricerca e alla cura contro l’Ipertensione Arteriosa Polmonare, malattia rara, degenerativa e fortemente invalidante, che colpisce soprattutto le donne. C’è un motivo per cui hai scelto di sostenere questa associazione in particolare?
Avevo molta voglia di aiutare concretamente qualcuno con il mio lavoro, ma ovviamente volevo anche conoscere bene l’associazione che ne avrebbe tratto vantaggio. Quando ho conosciuto Pisana Ferrari, la presidente dell’AIPI, ho capito subito che la sua associazione era quella adatta. Lei è una donna straordinariamente coraggiosa e forte ed é la testimonianza vivente dell’importanza dell’informazione nel combattere l’ipertensione polmonare. Anni fa lei stessa si é ammalata di questa malattia e questo avrebbe avuto conseguenze fatali se non fosse stato possibile sottoporla tempestivamente al trapianto bilaterale dei polmoni. Inoltre, osservando il professor Nazzareno Galié, autorità mondiale per la cura di questa malattia e referente scientifico dell’associazione sono stato molto colpito dal rapporto meravigliosamente umano e caloroso che riesce ad instaurare con i pazienti. Sono esattamente il tipo di persone con cui volevo lavorare.

Arianna Scommegna

Perché hai scelto il tema della maschera per il tuo progetto?
Avevo riflettuto a lungo sul tema della maschera pensando ad un libro di Henry Miller, Il sorriso ai piedi della scala, dedicato ad un clown di successo che vorrebbe, al posto di risate ed applausi per la sua arte, ricevere la certezza di riuscire a trasmettere il suo amore e le sue intime scoperte sulla vita. Riesce a trovare la sua chiave di espressione in scena quando accetta finalmente se stesso. Secondo Miller, la maschera del clown può metterci in contatto con una parte profonda e sana di noi stessi e riconoscerla in altri. Mi sembrava un interessante concetto. In seguito Pisana Ferrari, mi ha fatto notare che la malattia costringe spesso ad indossare una maschera per nascondere la verità a chi amiamo e talvolta anche a noi stessi, anche se contemporaneamente può dare una grande energia utile per affrontare il mondo.

Valeria Solarino


Petra Conti

Luigi Pirandello, che sulla maschera ha fondato la propria letteratura, ha vissuto il dramma di una moglie affetta da una grave malattia. Credi sia casuale? O c’è un rapporto viscerale tra i drammi della vita e il portare una maschera?
Effettivamente quella della malattia è un’esperienza umana molto sensibile alle reazioni del contesto sociale in cui si vive, spesso molto difficili da gestire. Ovviamente ne risente anche chi vive insieme al malato, che vede spesso le costruzioni dei rapporti sociali scricchiolare di fronte a qualcosa di ineluttabile come la malattia. Credo che Pirandello possa aver ben percepito questo fenomeno, avendo avuto la moglie affetta da un problema mentale. Questa situazione infatti rende particolarmente vulnerabili nei confronti della società non solo chi è affetto dal male ma anche e forse maggiormente, in quanto consapevole e “normale”, chi gli vive accanto.

A me sembra che il clown, essendo una maschera consapevole dotata di lucida follia, potrebbe avere il potere di annullare la famosa triplicità esistenziale di Pirandello (come il personaggio vede se stesso, come è visto dagli altri e come crede di essere visto dagli altri) creando uno spazio lontano dal mondo dove tutto è permesso e tutto ha la stessa innocenza dei bambini o dei folli, cercando di convincerci che tutto nella vita ha la stessa, enorme importanza.

Paola Minaccioni

Tra le maschere esistenti tu hai scelto forse quella universalmente più riconoscibile: il clown. Perché?
Quella del clown è una maschera speciale, anzi in realtà sarebbe inesatto definirla maschera proprio perché non é rigida, ma aderisce perfettamente alla pelle lasciando passare, distorti, i lineamenti e le espressioni del viso. Quello che ci propone la maschera del clown é un’identità profondamente alterata eppure assolutamente autentica. Trovo emblematico che David Larible sostenga che spesso lui non sa mai veramente bene se é truccato oppure no, sentendosi perfettamente a proprio agio sia con la maschera da clown che senza. Durante le riprese del nostro libro avevamo fatto delle foto nell’oceano con il trucco da clown. Quando abbiamo finito David si é infilato un accappatoio, senza struccarsi, e siamo ritornati con la sua auto allo stadio dove il Barnum teneva gli spettacoli guidando per le strade di Houston. Era interessante essere in macchina con un tipo in accappatoio, truccato da clown, che mi faceva notare come gli americani andassero in giro conciati in modo tanto strambo.

Federica Pellegrini
Ilaria Porceddu

L’aspetto curioso è che quello delle modelle non è un trucco qualunque, ma il trucco realizzato da un clown. La maschera che trasforma in maschera qualcun’altro è un tema interessante. Non ti sembra una metafora nella metafora?
Trovo che sia stata l’unica possibilità di realizzare in modo onesto questo progetto. Ci sono molte fotografie più o meno belle realizzate da bravi make up artist. Volevo però che il progetto fosse affidato a qualcuno che conosce la maschera del clown come se stesso, e questo poteva essere solo un grande clown come David Larible. Lui ha progettato tutte le maschere adattando perfettamente maschere tradizionali e modificandole su ogni testimonial. Ci siamo avvalsi anche della collaborazione di validissimi make up artist di fama internazionale come Valeria Orlando, David Jones, Cristine Dupuis e Mikaela Alleison che lo hanno aiutato seguendo la sua supervisione e riuscendo ad comprendere perfettamente l’essenza di questo progetto. Una straordinaria manifestazione di professionalità e umiltà.

Maria Grazia Cucinotta

Non è la prima volta che tratti il mondo del circo e la figura del clown nei tuoi lavori. Come mai questo legame?
In effetti ho una grande attrazione per il circo e soprattutto per la sua gente. Sono molto attratto dai colori, dalla provvisorietà di questo mondo e dalla lontananza dalla realtà che si percepisce, anche se paradossalmente la gente del circo è tra la gente più concreta e pragmatica che io conosco. Mi affascina il fatto che la loro routine sia di salire su un trapezio a quindici metri di altezza e fare salti mortali, mentre siano estremamente vulnerabili in cose che per il resto del mondo sono scontate, tipo dover provvedere ogni quattro o cinque giorni all’allacciamento dell’acqua e dell’energia elettrica o poter essere al sicuro se si scatena una tempesta. Mi affascina anche il tema del loro nomadismo colorato ma disciplinatissimo e della grande forza attrattiva rappresentata dalla famiglia. Trovo che siano elementi che possono essere, almeno nominalmente, in grado di proporre un concetto di realtà ad un mondo che forse a volte rischia di diventare un po’ troppo virtuale e superficiale.

Livia Azzariti
Babsi Jones

Questo è stato sicuramente un progetto ambizioso. Quanto tempo hai impiegato per la realizzazione?
Ci ho messo pochissimo tempo per maturare il progetto, che mi é stato subito assolutamente chiaro. Diverso é stato far combaciare tutti i tasselli. Era molto difficile far coincidere tutto nello stesso momento e perché ciò succedesse ci sono voluti più di tre anni.

Da questo progetto è nata una mostra realizzata durante il MIA Fair 2013 e un calendario, le cui vendite sono destinate a contribuire al finanziamento dell’associazione. Ce ne vuoi parlare?
L’invito di Fabio Castelli, il direttore di Mia Fair, di entrare a fare parte della fiera come progetto speciale è stato il punto di svolta per questo progetto. Siamo stati ospitati in una sede grande e prestigiosa, la MyOwnGallery e la mostra ha potuto avere una formidabile visibilità. In seguito è stata ospitata dal professor Nazzareno Gallié nell’Archiginnasio di Bologna, la più antica sede universitaria del mondo in occasione del Convegno Internazionale sull’Ipertensione Arteriosa Polmonare. Il calendario è uno dei premi di ringraziamento per le offerte dei sostenitori del progetto. A fronte delle donazioni sarà possibile ricevere il calendario MASKS 2014, opere a tiratura limitata e per donazioni più importanti è possibile diventare clown per un ritratto realizzato da me con un trucco progettato in esclusiva da David Larible.

In questi giorni è partita la campagna di raccolta fondi sul sito IndieGoGo. Vi siete prefissi degli obiettivi?
Abbiamo visto che MASKS 2014 funziona, aiuta chi ha bisogno di aiuto ed è stato possibile, grazie al coinvolgimento generoso dei personaggi che hanno partecipato e degli straordinari partner tecnici con cui ho avuto la fortuna di lavorare, creare visibilità e informazione per una malattia che ne ha bisogno. Siamo perciò intenzionati a continuare e MASKS 2015, che sarà stavolta un progetto declinato al maschile. Il nostro obiettivo è di raggiungere 20000 euro per coprire le spese di produzione.

Biografia
Nato in Puglia nel 1962, si trasferisce definitivamente a Milano dopo aver vissuto in varie città europee. Lavora dal 2003 continuativamente con Vanity Fair ritraendo celebrità del mondo della musica, dello spettacolo e della cultura internazionale ed è anche attivo come ritrattista di moda e beauty.
Nel 2010 ha curato l’immagine ufficiale del Tour “2010 Work in Progress”, l’eccezionale reunion dei cantautori Lucio Dalla e Francesco De Gregori. Nel 2011 e 2012 è stato fotografo ufficiale del Pubs and Clubs Tour di Francesco De Gregori, del Pubs and Clubs Live @ The Place di cui ha realizzato anche la cover del CD e del Factory Tour del 2012.
Nel 2009 è nominato al The International Colors Award, nel 2008 è semi-finalista al The Hasselblad Masters Award, nel 2008 ottiene il Gold Award alNational Gold Ink Awards per il Calendario Fontegrafica.

Nel 2006 realizza l’immagine ufficiale e le foto di scena dello spettacolo Questo buio feroce di Pippo Delbono. Nel 2004 produce con il Cirque du Soleil la mostra fotografica Nel cuore di Saltimbanco che diviene mostra istituzionale itinerante dello spettacolo Saltimbanco rimasta esposta per due mesi al Supper Club di Roma e più di tre mesi all’Atelier Renault ai Champs-Elysées di Parigi. Recentemente ha iniziato a curare la regia di video e booktrailers; al trailer del libro Gesù e i saldi di fine stagione è stato assegnato il primo posto di categoria del Premio Mediastars 2011.

Gianluigi Di Napoli ha inoltre pubblicato due libri di sue fotografie, Circus Life – Everynight, all around the World (Ed. Stemmle, Zurigo), un omaggio alla gente del circo e A Poet in Action (Ed. Damiani, Bologna), un’antologia di immagini dedicata a David Larible, da anni definito dalla stampa il più grande clown internazionale vivente.

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

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