Clet Abraham, segnali d’arte

Clet Abraham fotografato da Livio Ninni

La segnaletica verticale è sicuramente un elemento di comunicazione visiva predominante nelle nostre città. Si impone con i suoi divieti, obblighi e avvertimenti nelle strade, nei vicoli e nelle piazze, ritagliandosi prepotentemente lo stesso spazio sia vicino ai rifiuti sia di fronte ai monumenti più preziosi e antichi di tutto il mondo.

Secondo Clet Abraham, prima di tutto scultore e pittore, bretone e fiorentino di adozione, e solo da qualche anno anche sticker urban artist, i cartelli sono in sostanza la sola “forma d’arte contemporanea” che si sia imposta nel paesaggio urbano che è molto spesso trascurato e abbandonato dalle autorità locali. Ed è proprio su questi segnali che l’artista ha deciso di intervenire portando l’arte nella quotidianità, ma al tempo stesso elevando il quotidiano ad opera d’arte.

Con i suoi blitz artistici (prima notturni e poi pian piano sempre più alla luce del sole) Clet ha incollato stickers in numerose città (Firenze, Bologna, Roma, Torino, Milano, Lucca, Palermo, Perugia, Londra, Valencia, Sassari, Douarnenez, Quimper, Audierne, Parigi, Prato, Livorno, Parma e proprio nei giorni scorsi l’Isola d’Elba) portando avanti una crociata estetica attraverso l’ausilio dei suoi personaggi: Cristi, Madonne, angeli, diavoli, crocifissi e molti altri.

I segnali stradali assumono così chiavi di lettura differenti senza però diventare illeggibili o incomprensibili: l’obbligo o il divieto continuano ad assolvere ugualmente alla loro funzione ma la natura vessatoria viene attenuata lasciando posto a una buona dose di ironia e humor e sicuramente a un sorriso improvviso sui volti dei passanti.

Come ogni forma d’arte anche quella di Clet non è fine a sé stessa, ma vuole porre l’accento su una società sempre più standardizzata, incanalata, costretta da regole a discapito dell’espressione e dell’intelligenza individuale così come sulla chiesa (da cattolico non praticante) che vede sempre più succube di un preconfezionamento che ha portato alla perdita dei suoi valori originari.

La Prefettura di Polizia di Parigi mi ha scritto due mesi fa: “L’inquinamento visivo in città è oggi tale che non si guardano più i cartelli stradali, il suo lavoro invece riporta l’attenzione su questi cartelli e li da importanza. Vogliamo invitarLa a presentare il suo lavoro nelle scuole parigine come incentivo all’educazione al codice della strada.” La settimana prossima vado quindi a Parigi per dare queste sei prime “lezioni”, e con tutto l’amore che ho per l’Italia, oggi vorrei dire “Vive la France!”

 

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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