Oleg Oprisco, la magia del surreale (e dell’analogico)

A sedici anni Oleg Oprisco ottiene un lavoro in un laboratorio fotografico in una piccola città chiamata Lviv, situata nella parte occidentale dell’Ucraina. Durante i tre anni trascorsi lì impara tutte le fasi della stampa in camera oscura e fa esperienza con la fotografia digitale e lo studio della luce e del colore. Da quel momento la fotografia entra a far parte della sua vita.

Come operatore di laboratorio, ho avuto la possibilità di visualizzare e modificare il colore di diverse migliaia di immagini al giorno. Non riesco nemmeno a contare il numero di matrimoni, feste e compleanni che ho visto dovendo fare la cernita di quelle immagini. Così ho cominciato ad acquisire una comprensione di quali immagini e pose erano più apprezzate dai clienti.

All rights reserved © Oleg Oprisco

Una volta trasferitosi a Kiev, Oleg inizia a lavorare nel mondo della fotografia commerciale e si sposta portando con sé le sue macchine preferite, due medio formato, la Kiev 6C e la Kiev 88 e una varietà di lenti. È in questo momento che capisce quale è la sua strada e comincia a lavorare alle immagini a cui abbiamo dedicato questo post.
Le fotografie surreali che Oleg scatta, in cui spesso le protagoniste sono eleganti donne fiabesche, sono tutte realizzate con macchine fotografiche analogiche. Tutto ciò che ritrae nelle sue immagini non è frutto della postproduzione in digitale, ma del suo lavoro minuzioso e laborioso per la costruzione del set e dell’inquadratura.

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“Ho trovato ideale fare tutto da solo. Io parto con un concetto in testa, poi creo l’abbigliamento, scelgo la location e mi occupo dei capelli e del trucco. Prima di scattare programmo l’intero schema del colore. Secondo la palette scelta, seleziono i vestiti, gli oggetti di scena, il luogo, ecc…, facendo in modo che tutti gli elementi siano compresi all’interno di una singola gamma di colori.”

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Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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