La ballata di Pierrette d’Orient.
Robert Doisneau, 1953

Una tranquilla domenica mattina arrivano due donne e una fisarmonica: “Possiamo cantare?”. Una delle due, Madame Lulu, fisico tarchiato e voce alla Berthe Sylva, si limitava a fare il suo lavoro. L’altra, la fisarmonicista, era proprio carina. Anche lei ci dava dentro con la sua canzone, sempre la stessa, una specie di cantilena strascicata: “Non puoi immaginare quanto ti amo”, però con aria distaccata, quasi con una punta di disdegno. Attirava come una calamita, tant’é vero che per giorni e giorni seguimmo le due donne dalla Halles all’ilot Chalon, dal canale Saint-Martin alla porta della Villette.

Non ho mai capito perchè si ostinassero a spigolare soldi in un universo dove le monete non sformano certo le tasche…
A furia di andare a due Mouffetard a rue de Flandre, dai macellai della Villette ai mignons di rue de Lion, di zigzagare sul Canal Saint-Martin con puntate al Bouillon di rue Tiquetonne, non so dire quanti giorni sia durato il nostro lento girovagare e in quanti bistrot ci siamo fermati a bere.

© atelier Robert Doisneau

Ero con l’amico Giraud e credo che soggiacessimo entrambi al fascino della fisarmonicista. Doveva avere qualcosa di speciale, altrimenti come spiegare la pazienza dei clienti? Se, infatti, i bevitori si mettono in posa volentieri e anche con un certo orgoglio, la gente di solito detesta essere fotografata mentre mangia. Ci voleva l’anestetico della music per rendere sopportabile il fotografo. Le due donne procedevano in modo completamente diverso. Con Madame Lulu si andava sul sicuro, si stava nel mondo della cantilena popolare garantita al cento per cento. Quella della fisarmonicista era tutt’altra musica. A quegli uomini forgiati dal lavoro al punto che le loro dita mantenevano la forma a pinza anche nelle ore di riposo, quella ragazza faceva balenare il lusso delle pigrizia. Nella sua felina noncuranza c’era un che di crudele. Nel medioevo, il fascino emanante da quella donna sarebbe stata giudicato da bruciare.
(Fonte: Doisneau-Paris, L’ippocampo, 2012)

© atelier Robert Doisneau
© atelier Robert Doisneau

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Michele Cantarelli è un fotografo professionista che collabora con Design Playground condividendo le sue ricerche e le sue riflessioni sul fotografico. blog.michelecantarelli.com

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Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

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