Christoph Niemann per Design and Violence del MoMA

Il design ha una storia di violenza che, anche se non apertamente legata alla soppressione politica e sociale,.

“Ci sono professioni più pericolose del designer industriale, ma davvero pochissime” così tuonò il designer e filosofo del design Victor Papanek nel 1971.

Il design ha una storia di violenza che, anche se non apertamente legata alla soppressione politica e sociale, è spesso inesplorata. Design and violence rappresenta un esperimento curatoriale su questo argomento voluto da Paola Antonelli senior curator del dipartimento di architettura e design del MoMA.

Il design ha una storia di violenza. Può essere un atto di distruzione creativa e un’arma a doppio taglio, può sorprenderci con conseguenze previste o non volute. Tuttavia il dibattito professionale è stato dominato dal pensiero che vuole i successi della progettazione legati a echi commerciali ed estetici.

Storicamente, le ambizioni dei progettisti hanno spaziato dalla quotidianità all’autocratico, dal cucchiaio alla città. Con la scusa del rinnovamento urbano o il cliché dell’innovazione dirompente, i progettisti di ogni tipo, dagli architetti ai tipografi fino ai designer di moda, hanno avuto un ruolo nella riconfigurazione degli stili di vita, degli ecosistemi e delle filosofie morali. Anche se i designer mirano a lavorare per il miglioramento della società, è facile per loro soccombere al lato oscuro di un dilemma morale, o semplicemente sbagliare.

La violenza, d’altra parte, è una delle costanti più mutevoli della storia, ospita una miriade di definizioni che coprono un ampio spettro tra il simbolico e il reale e tra l’individuale e il pubblico. Negli ultimi anni, la tecnologia ha introdotto nuove minacce aggiungendosi drammaticamente alle sue molteplici manifestazioni. L’esplorazione del rapporto tra design e violenza voluta dal MoMA farà luce sul complesso impatto del design sull’ambiente costruito e sulla vita quotidiana, nonché sul ruolo della violenza nella società contemporanea.

Come la intendiamo noi, la violenza è una manifestazione del potere che modifica le circostanze, contro la volontà degli altri e a loro danno. I curatori hanno messo insieme una vasta gamma di oggetti di design, progetti e concetti che hanno un rapporto ambiguo con la violenza: quando la si maschera mentre allo stesso tempo la si consente; quando la si anima mentre la si condanna o la si istiga al fine di impedirla. Quasi tutti sono stati progettati dopo il 2001, anno considerato come uno spartiacque perché segna l’evoluzione moderna della violenza: l’inizio di una guerra permanente al terrorismo; un cambiamento globale della guerra da simmetrica ad asimmetrica; l’emergere del nation-building come alternativa alla supremazia militare e l’ascesa della guerra informatica. Le poche eccezioni, l’AK-47, per esempio, sono esempi archetipici di intreccio tra design e violenza nel 20° secolo.

Il MoMA sta invitando esperti di campi diversi come la scienza, la filosofia, la letteratura, la musica, il cinema, il giornalismo e la politica per ragionare attorno a oggetti di design selezionati e innescare una conversazione con tutti i lettori. Il tentativo di “Design and Violence” è quello di mettere in relazione i pensatori critici con esempi di progettazione stimolanti, casi di studio che possano risvegliare la discussione e portare il rapporto tra design e violenza al centro della scena sia per i progettisti sia per le persone che se ne servono, cioè tutti noi.

I progetti sono stati raggruppati nelle seguenti categorie

Hack/Infect: disrupting the rules of the system
Constrain: binding, blocking, and distorting
Stun: causing blunt trauma
Penetrate: infiltrating the boundaries, breaching
Manipulate/Control: drawing into the realm of violence with suasion
Intimidate: promising damage and death
Explode: annihilating visibly and completely

Design and Violence è organizzato da Paola Antonelli, Senior Curator, Department of Architecture and Design, MoMA; Jamer Hunt, Director, graduate program in Transdisciplinary Design, Parsons The New School for Design; Kate Carmody, Curatorial Assistant, Department of Architecture and Design, MoMA; and Michelle Millar Fisher, Exhibition Coordinator, Department of Architecture and Design, MoMA.

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Come parte di Design & Violence e in risposta al progetto di  Yosuke Ushigome “Commodity Warfare” che ha esplorato con una serie di video l’idea di utilizzare lo sport  per la risoluzione dei conflitti internazionali evitando lo spaventoso spargimento di sangue, l’artista americano Christoph Niemann ha creato questa serie di “gif animate” nelle quali gli strumenti di guerra si trasformano in giochi modificando l’intenzione originale del loro progetto.

“Trasformare la guerra in uno spettacolo competitivo è un’idea decisamente migliore di quella di avere eserciti reali che si massacrano a vicenda. Il mondo ha già speso tanti soldi per attrezzature militari che dovremmo cercare di farlo con quello che abbiamo” afferma Niemann.

Christoph Niemann è illustratore, artista e autore. Il suo lavoro è apparso sulle copertine del New Yorker, Time, Wired, The New York Times Magazine e American Illustration, ed è vincitore di numerosi premi internazionali.

I suoi clienti includono Google, Amtrak e il MoMA, è un membro dell’Alliance Graphique Internationale. Da luglio 2008 Niemann ha scritto e illustrato lo stravagante Abstract City, blog del New York Times, ribattezzato Abstract Sunday nel 2011, quando la casa del blog è diventata il The New York Times Magazine. Per la sua colonna disegna e scrive saggi sulla politica, l’economia, l’arte e la vita moderna.

Christoph ha disegnato dal vivo alla Biennale d’Arte di Venezia, i Giochi Olimpici di Londra, The Convention Repubblicana 2012 e ha disegnato la New York City Marathon -, mentre in realtà eseguirlo.Niemann è autore di molti libri, il più recente “Abstract City”. Il suo ultimo progetto è una, app animata e interattiva Petting Zoo. Nel 2010, è stato inserito nella Art Directors Club Hall Of Fame. Le sue opere sono state oggetto di numerose mostre,  recentemente alla Galleria Max Hetzler a Berlino.

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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