Plexus di Gabriel Dawe

Plexus 03 / Ph. Kevin Todora
Plexus 03 / Ph. Kevin Todora

Le installazioni di Gabriel Dawe, sembrano intricate ragnatele, audaci e delicate allo stesso tempo. La serie Plexus è, secondo l’artista, un riflesso del nostro bisogno di riparo. Gabriel fa un interessante parallelo tra la funzione di riparo dell’architettura (costruiamo per trovare riparo) e quella di protezione del vestire (ci vestiamo per proteggerci): dimensioni e materiali sono invertiti per creare una nuova costruzione che non ripara più i bisogni materiali del corpo, ma crea invece qualcosa che è simbolo delle strutture intangibili di cui l’umanità ha bisogno per sopravvivere come specie.

Gabriel Dawe è nato a Città del Messico dove è cresciuto circondato dall’intensità e i colori della cultura messicana. Dopo aver lavorato come graphic designer, si trasferisce a Montreal, in Canada nel 2000, con il desiderio di conoscere nuovi paesi. In cerca di libertà creativa ha cominciato a sperimentare e creare opere d’arte, arrivando ad esplorare i tessuti ed il ricamo, attività tradizionalmente associata alle donne e “proibita” ad un ragazzo cresciuto in Messico. A causa di questo, la sua opera è intrisa di nozioni di mascolinità e machismo così radicati nella sua cultura. Lavorando con filo e tessuti, il lavoro di Dawe si è evoluto nella creazione di installazioni di grandi dimensioni con il tessuto, la creazione di ambienti che si occupano di nozioni di costruzioni sociali e il loro rapporto con la teoria evoluzionistica e la forza di auto-organizzazione della natura.

Plexus 03 / Ph. Kevin Todora
Plexus 03 / Ph. Kevin Todora
Plexus 03 / Ph. Kevin Todora
Plexus 04 / Ph. Kevin Todora
Plexus 04 / Ph. Kevin Todora
Plexus 04 / Ph. Kevin Todora
Torre de satélite / Ph. Kevin Todora
Plexus 08 / Ph. Brea Mcanally
Plexus 09 / Ph. Slyworks photography
Plexus 09 / Ph. Slyworks photography
Plexus 11
Plexus 12 / Ph. Carlos Aleman
Plexus 12 / Ph. Carlos Aleman
Plexus 13 / Ph. Matthieu Kavyrchine
Plexus 13 / Ph. Matthieu Kavyrchine
Plexus 13 / Ph. Matthieu Kavyrchine

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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