“We are narcisses”. Bertrand Lanthiez e Chloé Curé

“We are narcisses” dei francesi Bertrand Lanthiez e Chloé Curé è un progetto interattivo che traspone il mito raccontato da Ovidio con l’aiuto di pochi materiali: uno specchio, dell’acqua e un altoparlante. Quanto più gli spettatori guardano se stessi tanto più i loro volti sono deformati, portandoli a mettere in discussione il loro rapporto con la propria immagine.

“Il progetto è una risposta a una materia scolastica sul tema della Bellezza. Abbiamo subito pensato allo specchio dell’immaginario collettivo “specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?”.  Come la regina malvagia del racconto dei fratelli Grimm, ci aspettiamo che lo specchio rifletta l’immagine che vogliamo avere di noi stessi. Ma più che nel riflesso è nei nostri occhi che possiamo trovare una risposta. Quel che ci ha interessato del racconto di Biancaneve è questa interazione tra lo specchio magico e la Regina. Che cosa sarebbe successo se avessimo creato anche noi uno specchio che vive e reagisce? Uno specchio nel quale più si guarda e meno ci si può riconoscere, che non solo non è compiacente, ma ci invita a guardare altrove o dentro di noi.”

Abbiamo trovato gli elementi necessari per lo sviluppo del nostro progetto nel mito di Narciso che, dice Ovidio, a seguito di una punizione divina si innamora della sua stessa immagine riflessa in uno specchio d’acqua e muore cadendo nel fiume in cui si specchiava.

“È stato importante per noi utilizzare l’acqua nella sua forma naturale piuttosto che ricrearne gli effetti graficamente. Le deformazioni dell’acqua sono create fisicamente da un subwoofer che suona a bassa frequenza. Le distorsioni si intensificano progressivamente a seconda del tempo trascorso sopra lo specchio e della frequenza del suono riprodotto che varia con la posizione e il bilanciamento del peso di chi guarda.”

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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