Guido Scarabottolo, #corriconme per Write for Rights

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Nonostante nella staffetta gli atleti corrano le singole tappe in solitaria sono in realtà spinti da un obiettivo comune. L’illustratore Guido Scarabottolo ha sapientemente espresso l’idea di questa competizione per l’edizione italiana,#corriconme, della maratona mondiale Write for Rights partita il 3 dicembre scorso e promossa da Amnesty International.

Non serve né avere fiato né tantomeno essere dotati di attrezzatura sportiva. La sola cosa necessaria è la volontà di fare un gesto per gli altri e correre insieme per un obiettivo comune, che in questo caso è la salvaguardia dei diritti umani. Questa staffetta virtuale italiana infatti chiede giustizia per 5 storie importanti (Moses Akatugba, la comunità di Bhopal, Daniel Quintero, John Jeanette Solstad Remo, Raif Badawi) con l’invito a sostenere questa causa con pochi piccoli gesti.
Basta andare sul sito maratona.amnesty.it, firmare i 5 appelli e poi invitare a “correre” altri amici usando l’hastag #corriconme sui social, in una vera staffetta dei diritti umani che si fermerà solo il 21 dicembre.

Riportiamo una piccola intervista fatta a Guido Scarabottolo da Amnesty.

Perché hai deciso di correre con Amnesty International?
Ho sempre cercato di comportarmi in modo eticamente responsabile anche nel lavoro quotidiano ed ho sempre riservato parte del mio tempo ad attività con una motivazione esclusivamente etica.

Come è nata l’idea dei due atleti di #corriconme?
Quando è stato chiesto il mio contributo la “campagna” era già impostata sul concetto di “staffetta” e mi piaceva.

Ti piace correre?
Veramente non proprio. Sono uno spirito contemplativo.

Quando disegni ti senti libero?
Non sono un artista. Il mio è un lavoro d’équipe: mi trovo sempre a  lavorare con scrittori, giornalisti, art directors… Quello che esce è un prodotto collettivo tanto migliore quanto più si è riusciti a collaborare. Non è una questione di libertà, o meglio, la mia libertà coincide con quella degli altri.

Il premio Nobel per la pace Malala Yousafszai dice che “Una penna può cambiare il mondo”. Un artista può cambiare davvero le cose?
Penso che una penna o una matita siano sempre meglio di una spada.

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Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

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