“The Grand Budapest Hotel”.
Il graphic design protagonista.

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_09

“The Grand Budapest Hotel” è un film scritto, diretto e co-prodotto dal regista statunitense Wes Anderson, ispirato alle opere di Stefan Zweig e uscito nelle sale nel marzo 2014, che racconta gli eventi che avvengono nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka, nell’Europa orientale degli anni Trenta. È stato premiato (il 22 febbraio 2015) con quattro premi Oscar tra cui quello per la migliore scenografia ad Adam Stockhausen e Anna Pinnock.

Ed è proprio nella scenografia che troviamo il fondamentale contributo che la graphic designer Annie Atkins ha dato alla pellicola, con la progettazione grafica di ogni artefatto grafico presente sulla scena capace di dare carattere a questo luogo immaginario disegnandone le bandiere, le banconote, i passaporti, i cartelli stradali e molto altro.

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_00
Annie Atkins

In un’intervista a Creative Review dello scorso anno Annie ha raccontato:

“Ogni piccolo dettaglio è stato creato da zero, bandiere, banconote, francobolli, tutto. Adam aveva già raccolto una quantità enorme di materiale risalente all’Europa Orientale degli anni Trenta e Wes ha una grande sensibilità grafica che è evidente in tutti i suoi film, naturalmente.

Una volta che un layout veniva approvato, arrivava il momento di creare l’oggetto fisicamente e dare vita a qualcosa che funzionasse nelle mani di un attore. Per quanto possibile abbiamo usato i metodi tradizionali per il prop-making: una vera macchina da scrivere del 1930 per i documenti dattiloscritti; una penna e inchiostro per qualsiasi scrittura, ecc. Gli oggetti sono stati meticolosamente invecchiati come se nulla sembrasse essere stato realizzato in un reparto artistico cinque minuti prima. Il testamento di Madame D, ad esempio, composto da 600 pezzi ha richiesto molto lavoro di invecchiamento. Conosco diversi trucchi del mestiere che ho imparato nel corso degli anni…  soprattutto un grande tino per il tè e un asciugacapelli.

Abbiamo usato relativamente pochi caratteri tipografici nel film, la maggior parte del lettering è stato creato a mano. Wes e Adam hanno viaggiato in Europa orientale raccogliendo materiale di riferimento di tutti i tipi di insegne fatte a mano dagli ultimi 100 anni o giù di lì. La cosa interessante del lavoro che abbiamo costruito è di aver fatto progettazione grafica relativa a un periodo nel quale la figura del “grafico” non esisteva come la conosciamo oggi, ma erano gli artigiani i progettisti di quel tempo: il fabbro ha progettato il lettering in ghisa; il vetraio le scritte sulle vetrate; ancora il pittore il lettering delle insegne; il tipografo la cancelleria.

L’insegna stessa del Grand Budapest Hotel, sul tetto, è il mio esempio preferito. Si basa sull’insegna in acciaio di un vecchio albergo de Il Cairo del 1930 scelta da Wes. Abbiamo disegnato a mano le lettere per il nostro albergo nello stesso stile, in modo non uniforme, con un serif piuttosto sbarazzino, e poi abbiamo passato il disegno ai nostri modellisti che lo hanno scolpito adattandolo al modello in miniatura dell’albergo. Ricordo che una volta corretta la crenatura piuttosto ampia tra le lettere A e N, abbiamo chiesto di ampliarla di nuovo, proprio come era nel riferimento. Sono le piccole idiosincrasie come queste che Wes ama, fa tutto parte della sua estetica. Da una parte lui è un perfezionista; d’altra parte non vuole nulla che sembri un prodotto digitale o in alcun modo non realizzato artigianalmente.

È stato davvero un lavoro pazzesco. C’era una quantità enorme di grafica, quindi la mia sceneggiatura era più a lunga del mio braccio. Abbiamo iniziato a Berlino e poi dopo un mese con tutto il cast e la troupe ci siamo spostati in una piccola città sul confine polacco chiamata Gorlitz, dove abbiamo vissuto tutti insieme mentre giravamo il film. Adam aveva progettato l’hotel in modo tale da adattarsi all’interno di un vecchio magazzino in stile Liberty, con 6 piani e balconi, e abbiamo piazzato i nostri uffici al piano superiore. Potevamo guardare giù dal balcone ogni giorno e osservare il set prendere vita. Ho trascorso la mia giornata fianco a fianco con Wes per stabilire i dettagli della grafica, parlando della loro produzione grazie al supporto grafico di Liliana Lambriev, e poi relazionandoci con il designer, l’arredatore del set, l’attrezzista e l’art director per assicurarci che avessimo dato loro tutte le indicazioni necessarie.

Ci sono artefatti grafici nel cinema più evidenti e visibili di altri. Se un personaggio ha dietro di sé una bacheca, per esempio, allora si deve riempire quel riquadro con materiale pertinente, con il giusto stile sia in riferimento al periodo storico sia conforme alla visione del regista. Non sempre la progettazione è utile per la ripresa: gran parte di questo lavoro non sarà mai visto dal pubblico cinematografico, ma è molto importante creare un’atmosfera suggestiva che permetterà magicamente agli attori di immergersi in quel mondo.

Una notte stavo parlando con Ralph Fiennes, lui era davvero riconoscente del lavoro di grafica che stavamo facendo per il film, e disse che aveva particolarmente apprezzato il notebook personalizzato che avevamo realizzato per il suo personaggio e che doveva tenere in tasca. Durante la fase di progettazione ci disse che le pagine del notebook dovevano essere a righe, piuttosto che bianche, perché sentiva che erano più in linea con lo stile di Gustave. È quel tipo di piccolo dettaglio che la macchina da presa non ha colto, ma che sarà stato in qualche modo di aiuto per la scena in cui Ralph a grandi passi attraverso la hall dell’hotel prende i suoi appunti sul suo quaderno.

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_12

Un grande lavoro è stato fatto anche per il set nel quale si ambienta la hall dell’albergo negli anni Sessanta. Oh mio Dio, c’era una quantità tale di grafica! Devo dare credito a Liliana Lambriev per questo lavoro, grazie all’aiuto di tre sign-painter di Berlino che hanno lavorato non-stop per una settimana per finire tutto in tempo per il nostro primo giorno di riprese. Wes e Adam avevano visto tanti esempi di segnaletica della Germania comunista. I cartelli hanno veramente arricchito la sensazione claustrofobica di quel set e Wes aveva chiesto una segnaletica nera con scritte semplici dipinte a mano in bianco, riprendendo lo stile della vecchia segnaletica della stazione della metropolitana Yorckstrasse a Berlino.

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_06

Il mio pezzo preferito in assoluto è il libro stesso che apre la storia. Si tratta di un moderno rosa cartonato con un disegno della facciata dell’albergo sulla copertina, e il nome del film, come l’insegna dell’hotel. Un oggetto di scena relativamente semplice ma davvero speciale. Ricordo che Wes mi aveva mandato un rapido schizzo per mostrarmi la sua idea per il libro.  Ne abbiamo realizzati tre per le riprese, nel caso si fossero persi nella neve, e così ne ho portato uno a casa con me.

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_05

Il pezzo più impegnativo è stato probabilmente il giornale locale dell’hotel, la Trans-Alpine Yodel (sopra). C’erano così tanti problemi, tante storie diverse e ognuno doveva essere progettato con nuovi articoli, le previsioni del tempo e le date. È stato il primo oggetto su cui ho lavorato con Wes quando sono arrivata in Germania, quindi questo era l’oggetto con il quale “mi sono fatta le ossa”. Ho davvero capito la sua meticolosità con questo giornale: abbiamo prodotto circa quaranta diversi layout di pagina fino a che non è stato soddisfatto! Wes ha scritto tutti gli articoli contenuti nel giornale, non solo quelli di accompagnamento ai titoli principali, ma proprio tutti! Al cinema si ha solo la possibilità di leggere i titoli, ovviamente, ma le storie sono molto rappresentative di Wes e tutte così spassose. Penso che si sia divertito molto a scriverle”.

______
Un divertente dietro le quinte di Grand Budapest Hotel con il leggendario Bill Murray in un tour della città di Görlitz, in Germania, dove è stato girato il film.

Alcuni degli oggetti di scena del film progettati  da Annie Atkins
The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_13
The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_08  The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_01 The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_02 The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_03 The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_04

The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_16The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_07The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_10 The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_11The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_18The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_20 The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_22The_grand_budapest_hotel_graphic_design_designplayground_15

Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed Instagram Feed

Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

Design Playground attraversa i differenti ambiti della progettazione trattandoli come parte di un unicum che li comprende tutti: dalla grafica alla fotografia, dall’illustrazione al video, dall’industrial design all’arte.

Altre storie
Escher, al Chiostro del Bramante (Roma) fino al 22 febbraio 2015