Andy Warhol. Polaroids 1958-1987

L'uso futurista di Warhol dell'immagine istantanea che anticipa l'era di Instagram.

Rispetto alle moderne tecnologie il sistema Polaroid è senza dubbio più macchinoso e costoso, infatti, utilizzando la pellicola, il numero di pose a disposizione del fotografo è limitato. Proprio in virtù di questo limite però la fotografia scattata con una Polaroid è frutto di un ragionamento e di una sintesi più o meno elaborata; e ciò le conferisce un’aura di unicità e pregio.

Realizzato in collaborazione tra Taschen e la Andy Warhol Foundation, il libro Andy Warhol. Polaroids 1958-1987 presenta centinaia di immagini, la maggior parte inedite, dalle quali emerge un elemento affascinante: l’uso futurista di Warhol dell’immagine istantanea che per molti aspetti anticipa l’era di Instagram. I modi in cui la fotografia viene utilizzata da Warhol come un racconto personale, si può considerare una prima forma di social media.

Come racconta Reuel Golden, curatore per Taschen, “…in alcuni casi le polaroid sono state una componente chiave dei suoi dipinti serigrafici. Ha usato anche Polaroid per i suoi incarichi commerciali, ad esempio quando lavorava alla famosa campagna per Absolut Vodka e per le commissioni private di mecenati dell’Upper East Side. Warhol non ha voluto una netta demarcazione tra la sua vita personale e il suo lavoro o tra cultura alta e bassa, e la macchina fotografica Polaroid è uno strumento perfetto per quell’offuscamento dei confini”.

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Andy Warhol era un instancabile cronista della vita e dei suoi incontri. Dalla fine degli anni ’60 al giorno dalla sua morte, avvenuta nel 1987, ha portato con sé, praticamente ovunque andasse, una Polaroid, accumulando così un’enorme collezione di istantanee di amici, amanti e mecenati, personaggi famosi e oscuri, elementi scenografici e alla moda, e di se stesso.

Il libro è organizzato cronologicamente, così le Polaroid sono in grado di rivelare come Warhol è evoluto come artista e come persona. Si inizia dalla fine degli anni ’50, con alcune immagini molto rare in bianco e nero, per fare poi tappa negli anni ’60 quando la “Factory” prende tutta la scena. A partire dai primi anni ’70, Warhol inizia a muoversi nel jet set dell’alta società e potremo vederlo a Venezia, Montauk e altri luoghi esotici. Ritratti di celebrità come Mick Jagger, Alfred Hitchcock, Jack Nicholson, OJ Simpson, Pelé, Debbie Harry compaiono accanto a immagini del suo entourage e della sua vita, panorami e nature morte (dalle bambole Cabbage Patch alle iconiche lattine di zuppa).

Dalla metà degli anni ’70 fino alla sua morte nel 1987, Warhol ha ossessivamente fotografato tutto e tutti. Questi scatti rivelano l’incessante ricerca di Warhol per la perfezione e il suo interesse ossessivo nei confronti delle altre persone, come ad esempio un altro artista, Jean-Michel Basquiat. Il loro rapporto è così intrigante sia personalmente sia artisticamente che Taschen sta programmando un libro sulla loro stretta connessione.

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Design Playground è un viaggio nella creatività attraverso i progetti più suggestivi della cultura contemporanea. Un racconto fatto di storie, di idee e di sogni.

Design come “progettazione di un artefatto che si propone di sintetizzare funzionalità ed estetica”.

Siamo partiti proprio da qui, dal termine design. Una parola che, come spesso accade con i termini di cui si abusa, ha perso il suo significato originale. O meglio, siamo noi che lo abbiamo perso di vista. Il design non è lusso, il design è creatività ma soprattutto, ricerca e progetto, è saper ascoltare e capire le necessità. Con le parole di Enzo Mari tratte da 21 modi per piantare un chiodo“Credo che il design abbia significato se comunica conoscenza”.

Quello che ci prefiggiamo è raccontare quel design che comunica appunto la storia e le conoscenze che hanno permesso di arrivare alla sua sintesi. Tutto questo in uno spazio aperto a tutti, un playground, dove sia centrale la voglia di conoscere, approfondire e cercare spunti di riflessione.


Massimo Vignelli ha affermato: «Il design è uno – non sono tanti differenti. La disciplina del design è unica e può essere applicata a molti ambiti differenti». E ancora Ettore Sottsass “il design è un modo per discutere di società, politica, erotismo, cibo e persino di design. Alla fine, è un modo per costruire una possibile utopia figurativa o una metafora della vita”.

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