Intervista allo street artist Bifido

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© Bifido

Per questa intervista abbiamo avuto il piacere e l’onore di fare due chiacchiere con il giovane artista di Caserta Bifido. Ironico e irriverente, il suo lavoro affronta tematiche attuali, forti e spesso sconvenienti con lo scopo di generare riflessioni e curiosità nei passanti. Sul suo profilo Facebook leggerete la seguente descrizione: “I bambini trovano il tutto nel nulla, gli adulti il nulla nel tutto”. Persona calma e pacata, non ama molto parlare di sé, preferisce dialogare col mondo attraverso la sua arte, attraverso la strada…

Come è nata in te la passione per l’arte e come hai deciso di lavorare in strada?
Ho sempre avuto un debole per tutto ciò che avviene fuori dalle logiche del lavoro. Non sono mai stato coinvolto dall’idea di una vita fatta di produzione, consumo e morte, da una dialettica in grado di assorbire ogni cosa: l’arte è un modo per sfuggirvi. Non c’erano molte alternative: vivere una vita di prigionia e noia (lavoro e hobby) o fare l’artista! Ho scelto la strada perché avevo delle cose da dire, delle cose da fare e quando hai un’impellenza non aspetti che qualcuno ti dia il permesso per farlo (inoltre le conversazioni da vernissage mi rendono misantropo!)

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© Bifido

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© Bifido

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© Bifido

Quanto la tua città ha influenzato il tuo lavoro e quanto sei soddisfatto del suo movimento culturale?
Ho lasciato la mia città subito dopo le superiori e mi sono trasferito a Roma. È lì che ho realizzato di voler fare arte ma non so dire se sia stata Roma ad influenzare il mio lavoro. In realtà è tornando dove ero nato che ho sviluppato la mia poetica attuale e credo questo dipenda da quella sorta di bolla che la città natia ti gonfia intorno. Tornare nel luogo dove puoi dare per scontate molte cose mi ha permesso di concentrarmi su cosa scontato non fosse. Sembra un paradosso ma la monotonia e la ripetizione sono il miglior modo per esplorare il sorprendente. La ricerca forsennata di novità inibisce la creatività. Questo non esclude in alcun modo che il viaggio e l’incontro con le differenze (che sono ben altra cosa rispetto alle “novità”) siano importanti. Per quanto riguarda il movimento culturale devo deluderti: vivo in una palude che si ridesta il venerdì sera per tornare al fango il lunedì mattina. Quello che si muove non riesce quasi mai a superare la soglia dell’uovo prossemico.

Esiste per te una differenza tra il fare arte nella tua città, in Italia o nel resto del mondo?
Fare arte in strada in una città come quella in cui vivo significa che il mio lavoro durerà meno di un giorno e che difficilmente potrò farlo con un regolare permesso. Si tratta di una provincia meridionale dove l’unico giudizio insindacabile sulla street art è quello degli adolescenti che, all’uscita da scuola, selezionano cosa lasciare e cosa distruggere. Ci sono città italiane che riconoscono ormai da tempo una valenza positiva alla street art ed è quindi più semplice ottenere un permesso per utilizzare muri pubblici legalmente ma, fortunatamente, l’unico giudizio insindacabile, anche lì, resta quello degli adolescenti all’uscita da scuola. Ho realizzato lavori all’estero e l’accoglienza verso di me e il mio lavoro è stata senz’altro positiva. Devo però ricordare che all’estero ho avuto esperienze solo in città metropolitane quindi più aperte e abituate ad un certo tipo di interventi.

Il tuo nome integrale è “Bifido no talent art”, spiegaci il motivo?
Ormai utilizzo solo Bifido per ragioni prevalentemente di comodo ma quando optai per “no talent art” volevo criticare la retorica jobsiana del talento, quello sciovinismo della creatività che ci vuole tutti splendenti astri nel cielo dell’arte a portata di mano.

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© Bifido

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© Bifido

Hai per caso un trascorso da writer?
Non sopporto gli spray, sono asmatico e ansioso: no, non ho un trascorso da writer!

Quali messaggi vuoi trasmettere con i tuoi lavori?
I miei soggetti sono quasi esclusivamente bambini e le immagini che compongo riguardano cose che accadono nel mondo o atteggiamenti socialmente significativi non direttamente legati all’infanzia. Questa scelta non è casuale: il bambino, come l’animale, rappresentano l’altro, ciò che non può mai essere totalmente assorbito perché sfugge alle codificazioni. Un bambino, per quanto “ubbidiente” mantiene in sé qualcosa di inafferrabile, di non ancora deciso, che si attarda sulla soglia del possibile. L’umanità dei miei lavori è triste, è problematica ma conserva la possibilità che le cose siano differenti. In fondo il mio è un messaggio semplice ma difficile da accettare: ciò che accade non è scontato e ognuno ha in sé il potere creativo di un bambino che gioca.

Poniti una domanda sulla tua arte?
Ma fai sul serio?

Descrivici il tuo processo creativo…ovvero, nel tuo lavoro cosa viene prima?
Dipende. Ci sono lavori che partono da un tema e che quindi si sviluppano a partire da questo: ricerca, scelta dei soggetti, foto in studio, scelta del muro, composizione del “quadro” e realizzazione. Altri lavori invece nascono dall’incontro con una realtà, umana e/o urbana, quindi implicano una fase di co-ricerca e di incontri a cui seguono le fasi più tecniche. Nel corso del tempo devo dire che ho cominciato a valorizzare, più di quanto non facessi prima, la fase di selezione del muro: realtà in cui è ubicato, dimensioni, interazioni con elementi dell’arredo urbano. In passato il supporto era una scelta dettata più dalla praticità che dal suo valore espressivo. Spesso è la letteratura a suggerirmi un’idea. In un mio lavoro, per esempio, c’è un bambino in sedia a rotelle legato al muro da un popolo di piccoli bambini, in questo caso è stata la rilettura di Swift (I viaggi di Gulliver) a suggerirmi l’idea. In altri casi basta un telegiornale o un pomeriggio con i miei nipotini.

Come ti relazioni con i luoghi in cui lavori?
Sempre più spesso mi capita di collaborare con realtà organizzate che fanno attività in territori circoscritti, spesso periferici e disagiati, in questi casi la relazione è molto più stratificata. Nei miei immediati progetti c’è, per esempio, l’idea di collaborare con il giardino liberato di Materdei (Napoli) e il Teatro Mediterraneo (Palermo), due realtà pienamente inserite nel tessuto urbano, impegnate a “costruire” i luoghi più che ad abbellirli. Questo implica una relazione non passiva, un mix di comprensione e creazione: è necessario capire dove ci si trova ma non limitarsi a fotografare la realtà, cercando piuttosto di piegarla fino a farne intravedere limiti e possibilità altre.

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© Bifido

A chi o a cosa ti ispiri per realizzare il tuo lavoro? Ci sono artisti che stimi in maniera particolare e che ti hanno influenzato?
Più che ispirato sono espirato! Come flatulenza del mondo l’arte viene espulsa dalla parte scabrosa e maleodorante della realtà. Ringrazio i politici, le multinazionali e la stupidità per avermi creato come scarto inutilizzabile dai loro meccanismi! Ovviamente ci sono state flatulenze ben più grandi di me a cui guardo come manuali da cui apprendere. Scoregge enormi: Caravaggio e Duchamp, Baudelaire e Kafka, Kubrik e Saudek.

Cosa significa per te creare arte?
Quello che faccio ha qualcosa di infantile sia perché mi tiene lontano dalla meta lavoro/età adulta sia perché è animato da un istinto di gioco che sta nel mondo come un costruttore di castelli di sabbia in riva al mare: lui crea, il mare distrugge, lui di nuovo crea. Insomma una cosa inutile e necessaria!

Sulla confusione che spesso viene fatta tra street art, graffiti e arte pubblica, qual è il tuo punto di vista?
Devo confessare che il nominalismo mi interessa poco e, non provenendo da studi di settore, non mi sono mai preoccupato di dover scegliere una corrente o una “scuola”. Le riflessioni che faccio sull’arte, sopratutto quella fatta in strada (comunque la si voglia chiamare) prescindono dalle definizioni, mi interessa la tecnica, la potenza espressiva, la capacità di incidere sui luoghi e sulle persone.

Legale o illegale …. moda o cambiamento?
Da un punto di vista pratico la possibilità di lavorare legalmente è importante perché ti permette di affinare la tecnica avendo a disposizione tempi e mezzi migliori anche se può essere penalizzante per quanto riguarda il luogo: la scelta dei muri che farà l’organizzazione di un festival, per esempio, sarà spesso legata a logiche di visibilità diverse da quelle che guiderebbero l’artista. La dimensione illegale dell’arte di strada resta però l’aspetto più interessante e distintivo. Innanzitutto perché vale come esortazione a vivere i luoghi come spazio di azione autonoma e creativa, in secondo luogo perché lascia all’artista la libertà di scegliere un luogo per il suo valore intrinseco, non per quello che assumerà per il fatto di essere stato oggetto di intervento. Insomma ben venga la possibilità di lavorare con maggiore tranquillità ma dove questa non si dia non bisogna fermarsi o quello a cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio non sarà un cambiamento nel modo di concepire l’arte e i luoghi ma solo l’ennesima moda pronta ad immolarsi sull’altare del merchandising.

Secondo te per il futuro dell’arte urbana cosa cambierà?
Da un punto di vista globale la street art è anche un grosso fenomeno mediatico che rischia di sviluppare, intorno a sé mercato più che dibattito, spettacolo più che esperienze. In questo senso vedo sempre più spesso una certa accondiscendenza, un ripetersi di schemi che sembrano “funzionare”. Penso che difficilmente tutto questo fermento riuscirà a mantenersi tale, temo che buona parte finirà per decorare i luoghi come oggetti da esporre anziché trasformarli. Ma non sono catastrofista, per quanto il rischio sia reale, altrettanto lo è la capacità dell’arte di creare sempre nuove linee di fuga. Come quando chiudono i siti per lo streaming e puntualmente qualcuno ne crea di nuovi.

Preservare o lasciare che l’effimero abbia la meglio?
Per indole sostengo l’effimero, cioè che ora c’è e dopo qualche ora può essere altro. Inoltre, con lo sviluppo capillare della rete, la conservazione è sempre meno un problema materico; il numero di persone che accedono all’arte tramite il web è maggiore dei visitatori di musei, gallerie e mostre, quindi la documentazione fotografica sostituisce la conservazione materiale dell’opera. Preservare cosa significherebbe? Transennare un muro fatiscente disegnato da Blu? Scorticare una parete di Banksy per portarla in un museo? C’è ancora troppo da fare con la creazione per preoccuparsi della conservazione.

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Pensi che la “street-art” può portare ad una nuova idea di arte e una commistione di generi rispetto alle opportunità offerte da un museo inteso in senso tradizionale?
Questa è una domanda enorme alla quale, non so rispondere in maniera diretta. Però posso dire che la scena artistica, in questo momento, sconta un po’ la mancanza di riflessione intorno a questa cosa. Non rimpiango la critica da circolo di intellettuali, né credo che l’artista debba preoccuparsi necessariamente di dare una definizione teorica di quello che fa, ma tutta questa frenesia, questa “corsa all’ultimo pezzo” produce, sia negli artisti sia negli addetti ai lavori, una certa sciatteria nella riflessione e nel confronto. Intorno ai festival, per esempio, si fa più gossip che discussione e, sinceramente, gli artisti sono sempre meno interessanti delle loro opere. In ogni caso niente è peggio di un museo!

Progetti e aspirazioni future?
Le mie aspirazioni future dipendono dal progetto di cambiare antistaminico!

Esprimi tre desideri…
Vorrei vincere un torneo di ping pong, rubare un pollo da una fattoria e poter esprimere altri tre desideri!

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